Stanze disabitate: una postilla

by marcelplonat

[Di sèguito il testo presentato in occasione dell’ultima giornata degli incontri sulla Poesia contemporanea presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma]

Non avendo avuto la possibilità di partecipare all’incontro conclusivo della rassegna ‘Stanze contemporanee: incontri con la poesia‘ e non essendo nel frattempo riuscito a fornire qualche ulteriore elemento di lettura dell’installazione, scrivo questa breve postilla, con la convinzione che tali ulteriori indicazioni possano contribuire ad una migliore fruizione dell’opera presentata.

Un primo aspetto non trattato nel testo presente in catalogo, riguarda la concezione dell’installazione vera e propria, dove ai video (le ‘stanze disabitate’ propriamente dette) si abbinano i testi degli autori trattati.

Non essendo i video presentati in una condizione di isolamento (es.: in una sala apposita o proiettati su una parete dal valore neutro ed autonomo), si è reso necessario realizzare una vera e propria installazione, all’interno della quale presentare i testi delle poesie nella loro forma, diciamo così, tradizionale, ovvero stampata, ma soprattutto: nella forma in cui sempre ne fruiamo. Tale aspetto lo trovavo essenziale, per rendere materialmente e costantemente visibile il processo di trasformazione che avrebbero subito nella loro messa in video.

Ma nell’installazione i fogli dei testi poetici compaiono accartocciati, e ciò per due motivi, in ordine crescente di importanza.

Il primo, è di natura estetica: l’accartocciatura conferisce al foglio diverse tonalità di grigio -a seconda del senso in cui le pieghe riprendono i riflessi di luce- non dissimilmente alle dissolvenze presenti nei video sovrastanti: un progressivo avvicinamento linguistico che ritenevo interessante ed opportuno.

Il secondo motivo, è di natura strettamente materiale: volevo comunque suggerire una differenza con la liscia pagina stampata del libro, preferendo ad essa, piuttosto, l’idea di un ‘objet trouvé‘ (non lo è forse quello che ‘trova’ ogni lettore nel momento in cui gira ogni pagina?), già un po’ abbandonato dal suo autore, e nello stesso tempo, dopo una sua prima lettura, già masticato, se non digerito, dal lettore. Insomma, a mio avviso solo una pagina intonsa, e quindi ancora non letta, può rimanere così pura come una pagina perfettamente liscia; ma nell’esserlo, diventa per ciò stesso sterile. In più, detto accartocciarsi delle parole avrebbe richiamato il loro ri-girarsi e rispecchiarsi reciproco nei video, attraverso i loro richiami incrociati realizzati attraverso il comparire ed il dissolversi nel montaggio.

Il secondo aspetto che mi preme sottolineare è invece inerente il trattamento video dei testi poetici.

Al di là degli aspetti formali testuali di partenza, che ho tentato di rispettare nella massima misura possibile, la scelta dei criteri della loro ‘riscrittura in video’ (ordine e modalità dell’emergere e del dissolversi dei testi), non può che essere al contrario considerata una vera e propria interpretazione del testo.

I testi di Elio Pecora, così, sono stati trattati con un incedere dal ritmo costante, come quello che mi ispiravano quelli che ho inteso essere i due piccoli ‘inni’ alla parola ed alla scrittura che ho scelto, mentre le parole potevano essere incrociate con grande libertà, attesa una loro -chiaramente magica- tensione reciproca.

Nell’unico, lungo testo di Biancamaria Frabotta, invece, data la sua natura che ho trovato quasi insostenibilmente personale, ho adottato un ritmo ondivago, a volte anche ‘a strappi’ (difesa inconscia per rimuovere più velocemente gli aspetti più insostenibili? non ho verificato…), come lo può essere una confessione dolorosa, ed anche in quel caso, con la riscrittura del montaggio, non ho avuto difficoltà ad incrociare pensieri formalmente diversi, che tuttavia trovavo si compenetrassero -sinanche verbalmente- in maniera pressoché perfetta.

Il caso dei testi di Sonia Gentili, poi, è stato un po’ diverso in quanto, un po’ per caso e un po’ per amicizia personale, è capitato che sia stata l’unica poetessa che abbia visto le ‘preview‘ dei due video a lei dedicati, e che mi abbia suggerito una tecnica di montaggio che preferisse mantenere un po’ più a lungo l’identità del singolo verso. Pertanto, nei suoi trattamenti ho elaborato soluzioni che interrompessero meno alcune sequenze originali, concentrandomi più sul montaggio di ’embrioni’ di concetti già presenti, che non creando sequenze di senso interamente nuove, offrendomi così nuove e stimolanti ipotesi di lavoro.

Del trattamento del lungo testo di Claudio Damiani sono quindi particolarmente contento, in quanto, con la soluzione di nascondere quanto più a lungo possibile il soggetto della poesia (‘la mia casa’), ritengo che il video contribuisca in maniera significativa a confondere un luogo fisico con un luogo ben più interno all’animo dell’autore, lì dove questa accresciuta indeterminatezza -nella mia lettura- vi conferisce profondità e pregnanza.

Infine, le poesie di Silvia Bre sono quelle che mi hanno concesso la più ampia libertà. Essendo uno dei problemi più grossi quello del tempo da dare ai testi, che ho dovuto spesso rallentare anche di molto per agevolarne la comprensione, al contrario i testi della Bre sono quelli che, a mio avviso, non solo hanno sostenuto anche la più alta velocità, ma che ritengo vi abbiano beneficiato da essa! Essi hanno avuto così il destino di essere baciati contemporaneamente dalla massima sfortuna e dalla massima fortuna insieme: quella di essere i testi con i tempi di permanenza più brevi (inferiori al minuto), ma anche di diventare forse quelli più incisivi e fulminanti della raccolta.

Del resto, partendo dal sincero ed unico sforzo di valorizzare, con tale mia certo rischiosa e delicata operazione, i testi poetici che mi accingevo a trattare, ho tratto proprio da quest’ultima autrice le parole che mi hanno ricordato lungo tutto il lavoro tale mia gravosa responsabilità:

Il compito si pronuncia a oltranza:

che ogni radice si congiunga alle ossa.

Se non ce la faranno le parole

è perché la pietà non è abbastanza.”

(da Marmo).

 

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